C’è chi sulle Dolomiti ci scia, chi le percorre a piedi, chi le fotografa in ogni stagione. E poi c’è chi, come Martin Foradori Hofstätter, ha scelto di racchiuderne la variegata essenza in bottiglia. “Io le Dolomiti me le bevo. E le faccio bere!”. Una battuta, ma fino a un certo punto. Perché dietro quella frase c’è uno dei lavori più profondi e radicali di lettura del territorio alpino applicato al vino.

In questi giorni le Dolomiti, tra le vette più amate al mondo, sono sotto i riflettori della scena internazionale. Le Olimpiadi ne amplificano l’immagine trasformandole in simbolo globale di sport, natura e identità alpina. Ma mentre lo sguardo corre verso le creste e i pendii innevati, c’è chi ha scelto di guardare altrove, sotto la superficie. È da lì, scavando letteralmente nei suoli dell’Alto Adige, per oltre due metri, che Hofstätter ha costruito un progetto capace di dimostrare che le Dolomiti non sono solo da ammirare, ma anche da degustare. Portando le Dolomiti nel calice.

Lo studio geologico sistematico inaugurato da Foradori Hofstätter lega in modo diretto roccia, suolo, microclima e identità del vino. Un percorso che unisce scienza e viticoltura e che la famiglia dei viticoltori porta avanti da oltre quarant’anni, anticipando in Alto Adige il tema della zonazione e affermando la “Vigna” come espressione più alta di origine e riconoscibilità. E i diversi tipi di suoli sono diventati anche un’esposizione all’interno della cantina, proprio a dmostrazione del valore non solo reale, ma anche artistico e simbolico della ricerca.