I tiggì valgono, certo che valgono. Ma non c’è nulla che più di Sanremo: definisce l’identità culturale e politica di chi governa Palazzo Chigi e quindi anche Viale Mazzini (ora via Asiago). E infatti il come cambiare il festival, come traghettarlo senza estremismi dalla fase militante, woke, Lgbt sinistrese e iper-progressista - basti pensare al bacio 2023 tra Fedez e Rosa Chemical e giù accuse di «ideologia gender» - a un moderatismo o benpensantismo da nuova Italia normale è stato fin dall’inizio il cruccio di chi ha preso le redini del servizio pubblico al tempo di Giorgia. Non si può sostituire un'egemonia con un'altra, al tempo in cui egemonia è un parolone altisonante ma ormai impraticabile, e questo eventuale pazzo sogno sarebbe irrealizzabile anche se la destra arruolasse Antonio Gramsci (ormai piace a anche a loro) come super programmista regista di un improbabile palinsesto da pensiero unico e come padrone della principale «casamatta della cultura», la Rai, appunto, e ingaggiasse al posto di Pucci come co-conduttore un redivivo Pippo Baudo (che comunque era di centro tendente a sinistra e in più non avrebbe accettato di fare il secondo di scena).
E allora, negli anni scorsi, si è continuato a soffrire un po', anzi tanto, con Amadeus. I Sanremo di Ama, tra monologhi e comizi improvvisati, imboscate e onda lunga del pensiero corrente per cui la destra abbia pure il potere politico ma tanto quello cultural-spettacolare lo abbiamo noi, sono stati uno stillicidio.











