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Prosegue il tentativo di giustificarsi e deresponsabilizzarsi degli antagonisti di piazza dopo i fatti di Torino: così sperano di mantenere la saldatura delle frange

In Italia si sta creando, e costruendo, una piattaforma che rivendica la violenza come strumento di lotta di piazza ma la percezione è che si stia sottovalutando la portata di questa situazione, riducendola a semplice “rabbia” giovanile. Non siamo di fronte a una generazione che confusa, come vorrebbero far credere alcuni, ma a un nucleo attivo che ne ha presa una molto precisa, lastricata di un'ideologia che fa del conflitto fisico il suo cardine identitario. E non servono le analisi per capirlo, perché sono gli stessi antagonisti, gli stessi membri di questa massa fluida a rivendicarlo, come si legge in una lettera scritta da “Gigi”, abruzzese, attualmente ai domiciliari.

“Io sono uno dei violenti. O per lo meno di quelli che classificate come tali. Ma non perché lo sia, ma perché ho sempre pensato che l’uso della forza, come resistenza, e della conflittualità, siano armi di lotta. Inevitabili. Per cambiare realmente lo stato delle cose. E la storia delle lotte di emancipazione sta lì a confermarlo. Ma non sono un infiltrato, come tutte le baggianate che si sentono su Torino. Perché ho tanti fratelli e sorelle che pensano che la lotta si porta avanti anche così”, scrive Gigi nella lettera che in queste ore sta rimbalzando nella rete antagonista.