Verrebbe da riprendere antichi titoli di Cuore per descrivere la faccia tosta dei progressisti italiani. Soprattutto dopo avere letto il lungo servizio che ieri Tuttolibri della Stampa dedicava a Zerocalcare per farlo parlare del caso di Maja T, «antifascista non binaria» condannato in primo grado in Ungheria a 8 anni di carcere per le aggressioni a manifestati di destra nel 2023, durante il Giorno dell’onore (sono gli stessi fatti per cui è finita nei guai Ilaria Salis).

La riformulazione del quesito referendario sulla giustizia, decisa dall’Ufficio centrale della Corte di Cassazione con un’ordinanza di 38 pagine, non è rimasta confinata nelle stanze ovattate della tecnica elettorale. È diventata, nel giro di poche ore, un caso politico e istituzionale. Che ruota attorno a un’accusa precisa del centrodestra: nel collegio della Cassazione ci sarebbe una sensibilità politica riconoscibile e apertamente schierata sul fronte del No.

Cambia il quesito ma non la data: il Consiglio dei ministri, riunitosi ieri, «vista l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il Referendum comunicata il 6 febbraio 2026, ha deliberato di proporre al presidente della Repubblica, per l’adozione del relativo decreto, di precisare il quesito relativo al Referendum popolare confermativo già indetto con il decreto del 13 gennaio 2026 nei termini indicati dalla citata ordinanza, fermo restando lo stesso decreto».