Violenza, resistenza a pubblico ufficiale, incendio, danneggiamento, blocchi ferroviari, blocchi stradali, vetrine distrutte, strade devastate, sequestro di persona... il curriculum criminale di Askatasuna è roba che pochi anche tra San Vittore, Rebibbia e Sing Sing possono vantare. I leader del centro sociale più amato dalla borghesia torinese (allo storico Alessandro Barbero - che teneva lezioni tra le mura del palazzo occupato - staranno fischiando le orecchie) sono arrivati a collezionare decine di capi di imputazione nelle varie indagini e nel maxi-processo dove (in appello) rischiano la condanna per associazione a delinquere. Cosa poteva quindi andare storto nella santa alleanza che il Pd in questi anni ha cercato di promuovere con il centro sociale dei No-Tav, dei pro-Pal, dei sì-Cospito? Cosa poteva esserci di insensato nell’avviare una regolarizzazione di questa banditesca realtà, che sopravvive, peraltro, in gran parte a spese del contribuente (si stimano sette milioni tra bollette non pagate e altre cosette simili)?
Elly Schlein ieri pomeriggio ha annunciato alle agenzie di stampa di aver chiamato al telefono Giorgia Meloni, all’apparenza per lamentarsi. Il numero uno del Pd chiede di evitare «strumentalizzazioni» di questa vicenda. Il che avrebbe senso, se i legami che Pd e sinistra in generale hanno coltivato con Askatasuna fossero saltati. Invece ciò che è successo dimostra tutt’altro. Da sabato sera è stata una corsa a cercare di ridimensionare i fatti: giornalisti che in tv chiedono di non «criminalizzare» il movimento, cronisti che sul Domani scrivono di «martelletti», politici che abilmente ribaltano la questione e indicano come vero problema le violenze della polizia. Il tutto secondo uno schema collaudato: cerco lo scontro con le forze dell’ordine e poi mi scandalizzo perché lo scontro parte davvero.













