Il seguito della devastazione della redazione della Stampa è la sagra dell’ipocrisia. C’è un colpevole accertato, ed è il centro sociale Askatasuna. Le telecamere hanno ripreso i compagni pro -Pal: alcuni hanno il volto scoperto, la Digos li conosce, già venerdì sera si sapeva che una trentina di loro viene dal centro sociale al numero 47 di corso Regina Margherita. Il sentimento d’impunità è tale che l’irruzione è stata rivendicata con orgoglio dal Collettivo universitario autonomo, tutt’uno con Askatasuna: stesso ambiente, stesse facce. Trentasei militanti sono stati identificati, vedremo con quali guanti li tratterà la procura.
Parlando col quotidiano torinese, Matteo Piantedosi ha toccato il nervo scoperto: «C’è un focolaio di violenza e disordine rappresentato dal centro sociale Askatasuna. Credo non sia più il tempo per comportamenti accondiscendenti e ambigui nei confronti di questi squadristi». Il nervo scoperto appartiene alla sinistra, l’accondiscendenza e l’ambiguità pure. Si possono trovare altri nomi: paura, vigliaccheria, masochismo, sindrome di Stoccolma, la reazione malata che porta la vittima a sviluppare affetto ed empatia per chi la maltratta. La sostanza non cambia: Askatasuna deve essere chiuso, ma a sinistra continuano a difenderlo. Pure dopo averlo visto sfregiare in quel modo il giornale di riferimento del progressismo piemontese. Cento volte avrebbero chiesto di radere al suolo quell’edificio e arrestarne gli occupanti, se a commettere la metà di quelle violenze fossero stati idioti con la testa rasata. Invece sono i loro idioti, quelli ai quali chiedono i voti, e questo fa tutta la differenza del mondo.











