Partiamo dalla fine. Anzi, da una fine parecchio lontana. Undici anni fa. Altri protagonisti, altri volti, ma stesse squadre. E stesso scenario: il Super Bowl. I Patriots di super-Tom Brady se la vedono brutta, parecchio. Hanno un esiguo vantaggio a niente dalla fine ma la palla è nelle mani dei Seahawks e del loro qb, in quel momento una vera stella: Russell Wilson. Guadagnano terreno. Inesorabili. Si portano a nulla dalla endzone. E tutti si aspettano la giocata che chiuderà la partita e farà gioire il team, allora, di Paul Allen: palla a Lynch per la solita breve e irresistibile corsa da terminare nel touchdown del sorpasso, della rimonta, della grande vittoria.
Seattle e la beffa di 11 anni fa
E invece no. La chiamata decisa dal coaching staff è diversa: un lancio breve per il ricevitore Lockette. Certo, non impossibile, ma, diciamo la verità, non da subito appare essere la più sicura, posto che nulla è sicuro nel football americano e soprattutto a quei livelli. Ecco Wilson lanciare, le mani del ricevitore sono vicine al pallone più importante della sua vita ma...sbuca come una pantera il defensive back Butler e ghermisce quella traiettoria. Intercetto! New England ha vinto. Seattle ha perso. Brady salta come un bimbo di cinque anni che ha ricevuto il dono che tanto desiderava in sideline, Wilson ha lo sguardo perso nel nulla e da quel giorno non tornerà più a giocarsi un Vince Lombardi Trophy. (Qui il racconto di quella finale su Repubblica).












