Idati parlano chiaro. Mediamente, più di una persona su due con patologie renali serie e croniche muore per malattie cardiovascolari. Ovvio: l’aterosclerosi è un fenomeno generalizzato, l’ipertensione è un fattore di rischio condiviso, il colesterolo-LDL e il diabete non fanno certo bene. Stando alle statistiche dell’NIH (National Institutes of Health), negli USA quasi un paziente su tre con diabete e poco meno del 20% dei soggetti ipertesi presenta al contempo anche problemi renali. Non solo: la compromissione della funzionalità renale, oltre che mettere a rischio la vita della singola persona, contribuirebbe per circa il 12% alla mortalità cardiovascolare globale, come riporta un rapporto apparso su The Lancet. Ma tutte queste osservazioni forse non bastano a spiegare completamente il filo rosso che lega reni (malati) e cuore.
Un avvelenamento lento
E allora? Allora una ricerca condotta dagli esperti dell’Università della Virginia e del Mount Sinai potrebbe spiegare cosa accade davvero. In pratica, la malattia renale cronica porta i reni a produrre un composto che progressivamente avvelena, giorno dopo giorno, il cuore. E lo porta a sfiancarsi, verso il quadro di insufficienza cardiaca. Purtroppo, spesso non ci si rende conto di quanto sta avvenendo. E goccia dopo goccia, il danno avanza mettendo a rischio il cuore. Lo studio, (primo nome Zisheng Li), è stato coordinato da Uta Erdbrügger, dell’ateneo della Virginia ed è stato pubblicato su Circulation.







