Per ora le guerre dei dazi e quelle militari per la Groenlandia sono uscite dall’orizzonte transatlantico, si negozia tra Stati Uniti ed Europa in un clima da pace armata e precaria. È sparito dal tavolo un asset quasi secolare, la fiducia reciproca. Intanto l’ombra della trilaterale di Abu Dhabi tra americani, russi e ucraini si allunga minacciosa, con la cessione del Donbass, sul destino della sicurezza di Kiev e dell’Ue condannate a perdere una guerra non persa.

Una cortina di gelo è calata sui rapporti euroamericani. E l’altro ieri il vertice Ue straordinario di Bruxelles, dopo l’ennesimo voltafaccia del bellicismo trumpiano, non è riuscito a nasconderlo nemmeno nel linguaggio di una dichiarazione finale di ghiaccio: nudo elenco dei dossier aperti, aride puntualizzazioni di principio. Come tra antagonisti ormai riconosciuti e non partner e alleati.

Niente sollievo collettivo per lo scampato pericolo, perché nessuno è certo che sia scampato. E perché in fondo nessuno sa chi sia riuscito a fugarlo: se la reazione dei mercati americani, l’altolà del big business, la rivolta aperta di una parte dei repubblicani e i sondaggi in calo del presidente oppure i virtuosismi mediatori del segretario generale della Nato, Mark Rutte, e la volontà di un’Europa questa volta decisa a non incassare, armi legali in pugno, i ricatti commerciali di Trump e i suoi appetiti artici in difesa di sovranità e integrità territoriale dei propri Paesi membri.