Le tensioni Ue-Usa sulla Groenlandia rivelano un duplice problema: da una parte negli Stati Uniti per superare una sorta d’inerzia su questioni sia globali sia nazionali, si è scelta una sorta di unilateralismo non privo di tratti di scomposta arroganza. Dall’altra, nell’Unione europea, per difendere la lunga inerzia che caratterizza le istituzioni comunitarie, ben lungi dal prendere vere iniziative, si indugia prevalentemente nella retorica.

Una certa arroganza trumpiana può provocare serie conseguenze nel medio periodo: si prenda in esame un già fedele alleato atlantista come il Canada che cerca protezione da Washington a Pechino, osi consideri come molti conservatori radicali europei come il Rassemblement national, l’AfD (l’Alleanza per la Germania) persino lo stesso Nigel Farage sulla querelle Usa – Danimarca abbiano assunto posizioni più o meno di equidistanza tra Washington e Pechino. Però nonostante tutti i profeti di sventura, la democrazia americana con le sue due camere, i giudici, gli stati federali, le elezioni di mid term ha potenti mezzi istituzionali per superare o sconfiggere gli errori. L’inerzia dell’Unione europea invece è incistita nel suo sistema istituzionale.

C’è stata una fase, infatti, tra la fine dell’Unione sovietica (1991) e le crisi finanziaria e da debito degli Stati sovrani (2008-2011) in cui Parigi e Berlino hanno creduto che un nuovo ordine liberale mondiale desse loro in mano tutte le carte per gestire le faccende comunitarie senza quella fastidiosa attività che è la politica: molta tecnocrazia, molto spread e in un pianeta in cui Barack Obama pensava solo a ritirarsi, tutto si sarebbe risolto.