Medesime stoccate arrivano anche da altre importanti città d’Italia. Dall’Aula Europa della Corte d’Appello di Roma, il presidente Giuseppe Meliadò, ad esempio, sostiene come le toghe non siano mai state così «vulnerabili». La causa, a suo parere, è l’esposizione «alle censure di un senso comune che le descrive come una minaccia e una trappola per l’esercizio dei pubblici poteri, invece che come un insostituibile regolatore della complessità sociale». Secondo la sua dettagliata analisi, la democrazia sarebbe addirittura a rischio.
Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca l’intervento del procuratore generale Giuseppe Amato. Quest’ultimo parla di testo blindato, teso a mortificare le altre iniziative. Modus operandi, dunque, «mortificante» per una categoria che, a causa di tale cambiamento, rischia di chiudersi in sé stessa, smarrendo il senso della propria imparzialità.
Ancora più dura la lettura della procuratrice generale di Milano Francesca Nanni che definisce la riforma «inutile e punitiva, a fronte di carenze personali e di strumenti».









