PADOVA - «Mio figlio non si è ucciso impiccandosi, è stato ammazzato. Ora voglio giustizia». L’ipotesi del suicidio per depressione non regge secondo Fiorenza Ponton, madre di Matteo Ghirardello, il detenuto vicentino di 33 anni trovato morto venerdì mattina al carcere Due Palazzi di Padova. La seconda tragedia in tre giorni. Si è immediatamente parlato di un gesto volontario, ma per i familiari c’è stata, quanto meno, una forte istigazione. L'accusa è pesantissima: «Sono più che convinta – dice la madre – che mio figlio non si sia ucciso impiccandosi, è stato ammazzato oppure è stato istigato al suicidio». Troppi, per i familiari, i dettagli che non tornano: la madre, in particolare, fa riferimento ad una lettera ricevuta una decina di giorni fa (“Se mi uccidono ti voglio dare le ultime volontà” scriveva Ghirardello), e poi quella richiesta di effettuare un bonifico ad uno sconosciuto. Per quale motivo? L’avvocata del giovane, Letizia de Ponti, parla di debiti e di cattivi rapporti con altri detenuti, recentemente sfociati in un pestaggio violento.

La morte di Ghirardello è un dramma nel dramma, perché nel carcere padovano, solo 36 ore prima, si era tolto la vita un altro uomo: Giovanni Pietro Marinaro, 73 anni, ex boss della 'ndrangheta di Corigliano. Doveva essere trasferito proprio quel giorno in un’altra casa di reclusione. Una notizia che l’aveva sconvolto, tanto da spingerlo al gesto estremo. Su Ghirardello, invece, gli aspetti poco chiari non mancano: originario di Romano d’Ezzelino (Bassano) aveva un passato costellato di furti e rapine. Ma anche, davanti a sé, buone prospettive per il futuro: parentesi di libertà sempre più lunghe, l’uscita prevista per il 2028, un inserimento in azienda programmato a breve, che gli avrebbe dato l’opportunità di uscire dal carcere già con un buon lavoro. E poi suo figlio, di appena quattro anni, al quale era legatissimo.