In una supposta rubrica di cucina può capitare di spendersi sui rari elementi che fatico a deglutire. Il bacalhau, per esempio. Il più ingiustificabile, stando alla mia auto-analisi. Per dirne una più ingiustificabile della barbabietola (anche se ormai quasi la apprezzo). Dunque: feci un viaggio in Portogallo e noleggiai un furgone poiché in Portogallo lo puoi sbattere dove vuoi. O almeno potevi farlo. Io lo feci in una terra di mezzo: tecnicamente proibito, sostanzialmente tollerato e dunque endemico. Pareva figo. Poiché squattrinato e digiuno di peregrinazioni in van fittai un obsoleto Iveco blu, carrozzone sferragliante anni ’80 che tosto condussi nel parking di un supermarket, servivano provviste. Peccato fosse troppo alto per accedere al piano sotterraneo: rimasi incastrato sotto l’arco in metallo che indicava l’altezza massima. La sicurezza bloccò la circolazione per permettermi di uscire contromano: mi vergognai e inspiegabilmente non fui sanzionato. Di quel furgone alla prima sera compromisi anche il lavello. Poi l’autoradio, la quale sprofondò così in fondo nel cassettino da risultare inservibile.
Quel viaggio in Portogallo nacque sotto una stella rivedibile. Certo, capitò di dormire in posti splendidi, epperò deturpati dagli strappi lerci di carta igienica di chi - come noi - ciurlava in furgone e - a differenza nostra - se ne fotteva degli altri. Una piaga. E la cucina? Ecco, il bacalhau. Endemico. Onnipresente e multiforme. La mia controparte lo adorava. Io non ero mai riuscito a trovarci un perché e la circostanza, poiché mi picco di fagocitare l’intero spettro dell’edibile, mi disturbava.






