Quella dell’australiano Tommy Emmanuel resterebbe storia prodigiosa anche solo a fermarsi al dato biografico. Lo stesso che lo vede iniziare la carriera da musicista nel 1964 all’età di nove anni senza praticamente più smettere per quei sei decenni successivi che lo vedranno attivo tanto in proprio quanto a fianco di fuoriclasse come Eric Clapton, Mark Knopfler e soprattutto Chet Atkins, suo nume tutelare dall’infanzia. Eppure è l’aspetto artistico ad essere più interessante, tanto più nel momento del ritorno dopo tre anni in Italia, con passaggio in città lunedì 2 febbraio al Teatro Alfieri (inizio ore 21, biglietti a partire da 35 euro). Per come pochi pari in giro abbia tuttora uno stile fingerpicking che gli è valso Grammy come innumerevoli riconoscimenti, con la chitarra acustica a chinarsi alla formidabile tecnica di un artista capace di fare incontrare nei suoi dischi elementi classici, jazz e rock sino a suggestioni africane, come suggerisce “Living In The Light”, ultimo suo disco solista uscito a fine 2025.
Partiamo dall’album, visto che farà la parte del leone nella scaletta di serata.
«Avevo cominciato a lavorarci mentre ero in tour, ma a cambiare tutto è stato un infortunio, mi sono rotto alcune costole e sono rimasto bloccato a casa tre settimane. E a quel punto ho deciso di guardare alla cosa come a un’opportunità: mi sono messo a scrivere e a sperimentare, ho anche inciso una cover di “Maxine” di Sharon O’Neill in cui canto, e chi mi conosce sa che è evento raro. Ma a volte bisogna provare cose nuove senza paura, qualcuno può apprezzare».







