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30 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 7:43

Quest’anno cade il centenario della morte del poeta russo Sergej Aleksandrovic Esenin. Il poeta contadino, l’“usignolo russo”, la cui popolarità in patria è paragonabile soltanto al mito di Aleksandr Pushkin, ebbe una vita breve e tormentata. Era nato nel 1895 nel villaggio di Kostantinovo, nei pressi di Riazan e venne trovato impiccato in una stanza dell’hotel d’Angleterre di Leningrado il 28 dicembre 1925. Il suicidio (o l’omicidio – la questione è ancora dibattuta) si portò via un grande poeta, al quale toccò vivere in uno dei momenti tra i più sconcertanti del secolo scorso: la rivoluzione russa.

Ed è interessante leggere la poesia di Esenin accostandola proprio alla rivoluzione d’ottobre. Quest’ultima ebbe un carattere fortemente proletario e urbano e ciò aveva comportato per il Paese un brusco cambiamento, col passaggio, avvenuto in pochi anni, dal mondo tradizionale contadino a un altro basato sullo sviluppo industriale e sulla modernizzazione forzata. Eppure questi mutamenti, per quanto profondi, non hanno mai cancellato lo spirito rurale e “animistico” della Russia. Ed è l’amore per la Russia contadina l’elemento principale della poesia di Esenin. Egli amava la patria “dal basso”, partendo dall’amore per gli animali e per la natura. E la nostalgia di quel mondo che stava scomparendo con la rivoluzione lo portò sempre più a rifugiarsi in un intimistico rimpianto per il passato.