“Credo che non ti amerei tanto se in te non ci fosse nulla da lamentare, nulla da rimpiangere. Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita”. Il 30 maggio del 1960, della sua dacia di Peredelkino, moriva Boris Pasternak. Il mattino dopo, sulla Literaturnaya Gazeta uscì solo un piccolo trafiletto. Ma bigliettini con la data e l’indirizzo del funerale furono sparsi per le stazioni della metropolitana di Mosca e alla fine migliaia di ammiratori sfidarono la polizia partecipando alle esequie.
Come tutti i grandi autori russi della sua generazione, Pasternak aveva sperimentato la repressione del potere sovietico. La sua amata Olga Ivinskaya – colei che gli aveva ispirato il personaggio di Lara – scrisse che tra lui e Stalin “ci fu un incredibile, silenzioso duello”. La vittima di questa sfida, in realtà, fu proprio Olga, che passò anni in un gulag. Fu grazie a lei, al suo sostegno, se lo scrittore riuscì a far pubblicare in Occidente, con Feltrinelli, Il dottor Živago. Il romanzo che gli portò la gloria internazionale e il Nobel per la letteratura.






