Che cosa stiamo osservando quando guardiamo una montagna bianca? L’inverno è davvero una stagione di calma e idillio? Artisti in campo per dribblare il “rischio della cartolina”

di Germano D’Acquisto

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Milano-Cortina 2026 promette velocità, record e medaglie lucidate a dovere. Ma mentre il tempo ufficiale corre sul cronometro, quello culturale rallenta, devia, prende strade laterali. Le mostre che accompagnano i Giochi invernali non fanno da cornice: preferiscono smontare il racconto olimpico, guardarlo di sbieco, usarlo come grimaldello. Qui lo sport è una scusa elegante, la neve un dispositivo concettuale, la montagna un grande campo di tensioni simboliche. Il cuore più interessante di questo racconto parallelo batte al Mudec di Milano, con Il senso della neve (dal 12 febbraio al 28 giugno), una mostra che evita qualsiasi deriva da cartolina alpina. Niente piste perfette o panorami rassicuranti: la neve diventa materia culturale, lente critica, archivio fragile di memorie e conflitti. È neve antropologica, politica, climatica. Una sostanza instabile che tiene insieme rituali arcaici, immaginari moderni e paure molto contemporanee. Il percorso intreccia linguaggi e tempi diversi: incisioni antiche, fotografie storiche, opere moderne e contemporanee. Da Judy Chicago a Utagawa Hiroshige passando per visioni che raccontano il bianco come spazio di proiezione e perdita, la mostra suggerisce una domanda scomoda ma necessaria: che cosa stiamo davvero guardando, quando guardiamo la neve oggi? Paesaggio naturale o costruzione culturale? Simbolo di purezza o indice di un equilibrio che si sta sciogliendo sotto i nostri occhi? Prendendo a pretesto l’evento olimpico, il Mudec mette in crisi l’idea stessa di “inverno” come luogo dell’idillio. Qui il freddo non è decorativo, ma concettuale. È una forma di pensiero che parla di crisi climatica senza didascalismi, di identità collettive senza retorica, di trasformazioni lente e irreversibili. Più che una mostra, un esercizio di consapevolezza.