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Ultimo aggiornamento: 15:00

Ora che dai piani alti di Milano s’intravede la prima neve che ha spruzzato un po’ di bianco persino sulle vicine montagne del gruppo delle Grigne, le menti sottili che stanno organizzando la trepidante attesa pubblica delle Olimpiadi avranno tirato un sospiro di sollievo. Adesso tutti quei murales e quei monumenti simbolici davanti a Palazzo Marino, nonché tutto il battage mediatico, sembreranno magari meno assurdi.

Appena poche ore fa, però, c’era quasi da ridere – se non fosse che sarebbe da piangere – anche solo ad ascoltare le prime parole dei commentatori televisivi della seconda gara di Coppa del Mondo dello Sci, che si è svolta a Levi, nel comprensorio d’impianti di risalita più importante del Nord, nella Lapponia finlandese, circa 180 km a nord-ovest del Circolo Polare Artico. Si sentiva prima di tutto giustificare la non particolare presenza di pubblico all’arrivo, per via delle temperature rigide della mattina, intorno ai meno 16, ma poi ecco che gli esperti viravano subito sul tecnico, esaltando le perfette delle condizioni della neve.

Ohibò, ci sarà pure la neve buona da sciare almeno oltre il circolo polare artico, veniva da pensare. E invece no: le piste di Levi erano in ottime condizioni per la puntuale preparazione del manto di ‘snowfarm’ con i vari macchinari come i gatti delle nevi e i rasaghiaccio nonché un tot di iniezioni di liquidi chimici. Vale a dire che ormai, persino dove s’immagina vivano Babbo Natale e le sue renne, si comincia a sciare a novembre perché è stata immagazzinata e conservata la neve della stagione invernale precedente, quando non viene prodotta ad hoc. E i costi e gli sprechi energetici connessi all’innevamento programmato sono soltanto una parte del regalino ecologico del circo bianco: va poi considerato tutto quello che comporta far viaggiare avanti e indietro per mezzo mondo atleti e accompagnatori, apparati televisivi e sportivi legati alle gare di sci. Ogni anno è la stessa solfa, anche nelle nostre Alpi.