Erano i tempi in cui lo sport non era un algoritmo di highlights su TikTok, ma una narrazione epica, un duello di parole e passioni, servito su carta stampata che profumava di inchiostro e sigarette

Tempi in cui quattro Gianni – sì, proprio quattro, come i moschettieri, ma con la penna al posto della spada – si ritrovavano, per una bizzarra congiuntura astrale, a popolare le pagine de la Repubblica, un giornale nato senza sport, come un bambino senza giocattoli.

Un mondo di storie

E loro, i Gianni, lo hanno riempito di storie, di liti, di neologismi e di quel sapore umano che oggi, nell'era dei like e dei thread infiniti, sembra un reperto archeologico.

Prendete Gianni Brera, per esempio, quel fenomeno che pareva uscito da un romanzo di Guareschi, con il suo linguaggio che mescolava il dialetto pavese al latinorum da intellettuale di campagna. Inventava parole come "contropiede" o "centrocampista", e il calcio diventava una sinfonia contadina, un'epica di fango e gol. Andava oltre la cronaca: era letteratura popolare, quella che ti faceva sentire il sudore dei giocatori sulla pagina.