“Una sera di primavera del 1979 mio padre mi prende da parte e mi dice: “Ho intenzione di scrivere le mie memorie nel campo di sterminio di Dachau. Mi puoi aiutare?”. Comincia così questo libro che racconta la storia di un diciassettenne, Piero Maieron, catturato dai nazifascisti nel 1944 a Paluzza, un paese della Carnia. Finito a Dachau con il triangolo rosso dei prigionieri politici ha vissuto la tragedia della prigionia fino all’aprile del 1945 ma tornato a casa dopo un periodo di cure, “il ragazzo che era stato portato via non esisteva più”. Al suo posto c’era un giovane uomo traumatizzato da un destino che di umano non ha avuto nulla, ostaggio dei sensi di colpa, di quella sindrome del sopravvissuto così comune tra gli ex deportati.

“L’antifascismo” di Andrea Rapini – Donzelli editore

Un piccolo ma intenso testo attuale. Il libro dello storico dell’Università di Bologna prova a rispondere a una domanda: l’antifascismo è ancora attuale? Lo fa analizzando le origini del movimento che dopo la prima guerra mondiale si misurò con la dittatura di Mussolini fino ad arrivare alle leggi razziali e all’antisemitismo. A detta dell’autore “tra la fine degli anni Trenta e l’inizio della seconda guerra mondiale, la comprensione della natura del fascismo raggiunse la piena maturità. Si arrivò all’individuazione dei mezzi per abbatterlo ma la speranza di una sua implosione era una pia illusione”. Nelle pagine edite da Donzelli, Rapini si chiede se è possibile pensare a un antifascismo che non sia un residuo nostalgico del passato.