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A cinque mesi dal mondiale, sta prendendo corpo un movimento di opinione teso al boicottaggio del torneo

Il calcio vuole far pagare il dazio a Donald Trump. Aria pesante intorno al prossimo mondiale Fifa, ragioni di sicurezza, per i tifosi, per le squadre, clima internazionale in fibrillazione, partecipazioni di nazionali in rappresentanza di paesi con gravissimi problemi interni, l'Iran su tutti, presenza di forze speciali per il ruolo di security di personalità del football e della politica. Il paradosso di Gianni Infantino, che ha consegnato il farlocco Nobel della pace calcistica a Donald Trump, ha spiazzato il mondo dello sport, non soltanto del pallone, l'annuncio dell'arrivo di agenti dell'Ice ai Giochi invernali di Milano-Cortina, poi smentito ma non definitivamente chiarito, aggiunge imbarazzo e preoccupazione. Il capo della Fifa, dall'ego spropositato, sta trascurando di come e di quanto la situazione politica mondiale sia cambiata, l'allargamento del torneo a 48 squadre risponde a ragioni elettorali e mercantili ma si espone a rischi di ordine pubblico, per di più per la distribuzione delle partite in tre nazioni, Stati Uniti, Messico e Canada, ben sapendo quali siano i rapporti tra la Casa Bianca e il Messico e l'annuncio di Trump, sarà lui a decidere la sede delle partite nel territorio statunitense, cancellando città che sono contro il suo mandato presidenziale.