A certi personaggi, di quale settore della vita pubblica scegliete voi, levargli il fiasco rappresenta l’unica soluzione per riportarli sulla terra. La cantante Levante, al secolo Claudia Lagona, ha candidamente ammesso che se dovesse vincere a Sanremo (tre anni fa arrivò 23esima su 24 partecipanti) non andrà all’Eurovision per la presenza di Israele nel comitato organizzatore. Come dare un bel calcio in faccia al precetto “scambiatevi un segno di pace”. Ma senza scomodare l’invito liturgico, previsto nella Messa cattolica, è evidente il fatto che il fiasco (a parte quelli rimediati negli spettacoli) sia stato sostituito dalla damigiana dell’antisemitismo, dall’avversione nei confronti di Israele (a prescindere), e dalla cieca adesione alle logiche dei pro-Pal. Un concentrato d’odio, quello contro Israele, ad alta gradazione alcolica, quindi in grado di ubriacare tutti. Solo che il liquido pernicioso, contenuto nella damigiana cara ai pro-Pal, è diventato il propellente per tentare di risalire la china del successo, o il modo per recuperar quella fetta di celebrità andata perduta.

Schierarsi contro Israele, ormai, rappresenta una sorta di claim da usare ogni qualvolta non si sa cosa dire. Ci si appropria di un’idea (drammatica), ma alla moda, per non dover sfilare con le proprie, spesso vuote e superate. Del resto il vino contenuto nei fiaschi (figuriamoci) o il talento (ormai una variabile indipendente), non si usano più. Contestare Israele, accusando gli ebrei di essere i responsabili di tutti i mali del mondo, alla Borsa del marketing personale, dovendo presentare un libro o partecipare a Sanremo, rende molto di più, garantendo interessi sicuri e immediati. Levante che torna al Festival e Ghali, altro cantante attaccato a quella damigiana, alla serata inaugurale delle Olimpiadi Milano Cortina, rendono plasticamente l’idea.