Saranno i “coltelli” che rilanceranno una discussione seria sulla questione giovanile? Magari ci stimolerà la ricerca sui comportamenti d’uso di alcol, tabacco e sostanze psicotrope legali e non, da parte degli studenti (cosiddetta “Espad”) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) che racconta come siano circa 87mila gli studenti trai 15 e i 19 anni che l’anno scorso hanno usato coltelli e in certi casi altre armi «per ottenere qualcosa da qualcuno». Cioè, il 3,5% dei 2,5 milioni di ragazzi e ragazze che frequentano le scuole superiori italiane. Più del doppio dei simili episodi registrati nel 2018 da una precedente ricerca “Espad”. Forse una mano a capire ce la darà L’Osservatorio sulla crisi demografica della Fondazione Magna Carta che ci racconta come tra i 16-25 anni prevalgono redditi nelle fasce 500-1.000 euro e 1.000-1.500 euro, mentre tra i 26-34 anni la maggioranza riporta valori inferiori ai 2.000 euro. E così – spiega la ricerca di Magna Carta - si produce nella cosiddetta generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) una sensazione di insicurezza.
È evidente poi che il disagio della “Generazione Z” non riguarda solo l’Italia. Il Wall Street Journal in un articolo di Justin Lahart, riassumendo un paio di approfondite ricerche, spiega come anche i laureati delle migliori università americane abbiano difficoltà a trovare buoni posti di lavoro e conclusioni analoghe tira Anjli Raval sul Financial Times analizzando gli sbocchi professionali dei laureati inglesi. Le Figaro con un articolo di Ronald Planchon scrive che il declassamento del lavoro giovanile in Francia sta radicalizzando in senso anticapitalistico larghi settori delle nuove generazioni. Una certa decadenza dell’Occidente s’intreccia alla più generale difficoltà di governare i processi della globalizzazione. E al centro di questa convergenza di fattori negativi ci sono loro: i ragazzi tra i venti e i quindici anni. In Italia il fenomeno è rilevante e articolato: i giovani specializzati che scappano all’estero dove sono meglio pagati, la crisi della riforma universitaria 2+3 che non è servita a migliorare né la ricerca né la formazione professionale, lo sbandamento di quegli splendidi istituti tecnici e professionali che hanno accompagnato il miracolo italiano del Secondo dopoguerra, la scarsa attitudine dei ragazzi a pensare di costruire una famiglia sia per motivi economici ma ancor più ragioni antropologiche. In parte tutto ciò deriva dall’onda lunga dell’infinito sessantotto italiano che ha sostituito la difficile costruzione di una cultura politica con il movimentismo, e questa tendenza di lungo periodo si è intrecciata al crollo dei partiti post 1992. Con tutte le sue pecche il ceto politico della Prima repubblica poneva la questione della formazione, dell’educazione e della ricerca al centro dei suoi interessi. Con l’arrivo di una Seconda repubblica dove la sinistra si è limitata a una gestione parassitaria di un potere octroyé da magistratura militante e asse franco-tedesco, e una destra che, assediata dai vari commissariamenti della politica italiana, ha avuto poco tempo e risorse culturali da dedicare a problemi specifici, quel ceto politico e quelle élite culturali che studiavano e s’inventava con passione la riforma della scuola media inferiore, i dipartimenti universitari, il rapporto tra Regioni e formazione professionale, si sono più o meno dispersi.











