Dopo anni di decluttering come bussola morale, un volume invita a rielaborare il concetto di ordine, offrendo uno spunto per riflettere sul caos come spazio di libertà e creatività.

di Giulia Mattioli

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Per anni abbiamo vissuto sotto il giogo di quella che è diventata una sorta di morale, di valore domestico: avere una casa ordinata e essere persone capaci di piegare, organizzare, liberarsi dal superfluo senza rimpianti. Il decluttering è diventato un rito di purificazione quotidiana, un imperativo pratico ed estetico che ha assunto una connotazione etica, tanto che la sua sacerdotessa, Marie Kondo, fino a qualche tempo fa incarnava una sorta di ideale aspirazionale. Quando, con un clamoroso dietrofront, Kondo ha ammesso pubblicamente di avere una casa spesso disordinata da quando è diventata madre, e che la confusione non solo non la ossessiona più, ma anzi le ha regalato una nuova, più ‘umana’ routine, ha tolto una sorta di tappo che faceva sentire tutte sotto pressione. Una pressione alimentata a suon di social, ovviamente, dove tutto è nitido, pulito e perfettamente en pendant.

In questo contesto, arriva un libro che perora la causa anti-decluttering: si intitola La sublime arte del disordine (Gribaudo) ed è scritto da Simonetta Tassinari. Il volume, il cui emblematico sottotitolo recita La filosofia dei calzini spaiati, propone qualcosa di completamente diverso dalla narrazione dello spazio immacolato ed aesthetic, non promette armadi perfettamente allineati e cassetti organizzati, ma invita a ripensare al valore che attribuiamo all’ordine stesso. Filosofa, docente e scrittrice, Tassinari affronta con leggerezza e intelligenza quel bisogno, spesso più psicologico che pratico, di controllare ogni cosa, smontando i dogmi della pulizia e dell’organizzazione meticolosa.