È stato lo stesso Buzzi a ricordalo in una dichiarazione spontanea durante la prima udienza di questo processo: «Le notizie riportate nel libro, non le dico io, ma sono ciò che racconta la moglie di Venafro a un’amica giornalista al telefono, non sapendo che l’apparecchio che stava usando per parlare, cioè il telefono della figlia, era stato messo anch’esso sotto controllo dal pm Ielo». Al banco dei testimoni è stata chiamata proprio Tiziana Torrisi, la moglie di Venafro che dopo una prima convocazione andata a vuoto, mercoledì scorso si è presentata a Perugia. Prima della sua deposizione il giudice Giuseppe Narducci ha comunicato alle parti la sua decisione riguardo l’istanza presentata dal pm Bettini che chiedeva la non utilizzabilità delle intercettazioni svolte nell’ambito del procedimento penale denominato «Mafia Capitale». Nelle sei pagine con cui è stata respinta l’istanza, il giudice Narducci ha sottolineato la «assoluta singolarità della situazione» che «a differenza della ordinarietà dei casi, nella vicenda in esame non è il difensore dell’imputato ad eccepire il divieto posto dall’art. 270 c.p.p. ma, al contrario, è il pubblico ministero». «Buzzi afferma che, - ha scritto Narducci - per poter esercitare pienamente il proprio diritto a difendersi, egli ha necessità di potersi avvalere di detto mezzo prova poiché il contenuto di alcune captazioni appare idoneo, in tutto o in parte, a dimostrare la verità/veridicità di alcune affermazioni contenute nel libro». Per questi motivi e per non limitare il diritto di difesa dell’imputato, Narducci ha ammesso «la utilizzabilità delle conversazioni telefoniche».
Regione Lazio, il pasticcio del Cup: ora Zingaretti trema per i guai della moglie del suo ex capo gabinetto
Istanza avanzata dal pm contro l’utilizzo delle intercettazioni rigettata e la moglie dell’ex capo di gabinetto di Zingaretti che rischia ...












