C’è un confine che per i cittadini è un muro, ma per chi indossa la toga spesso è una tenda. Un passo di lato, una parola di troppo, una telefonata sbagliata possono costare carriera e reputazione ai comuni mortali. Ma quando la storia riguarda un magistrato che scrive a un collega per un’inchiesta dove, tra decine di indagati, c’è sua moglie, quel confine si fa improvvisamente elastico.
La vicenda, resa pubblica dal deputato forzista Enrico Costa, nasce da una mail. Una sola, dicono gli atti. Ma basta e avanza, perché il mittente non è un soggetto qualunque: è un magistrato in servizio in un Ufficio di sorveglianza. Il destinatario è un procuratore aggiunto di un’altra città, suo vecchio amico, titolare di un fascicolo penale corposo, con 34 indagati. Tra quei nomi ce n’è uno che per il mittente non è un numero: è la moglie, anche lei magistrato ordinario.
L’email si muove su due binari. Nel primo, il magistrato-marito chiede una «cortesia»: rinviare l’interrogatorio della donna, fissato per il 9 marzo 2022, perché lui ha udienza e vorrebbe accompagnarla. Non solo. Chiede anche se può essere presente e se serve una richiesta formale. È una scena che, fuori dal palazzo, suonerebbe come una domanda normale: «Posso starle accanto?». Dentro la giustizia, però, è un’altra cosa: è un collega che prova a forzare una porta che per tutti gli altri resta chiusa.









