Grandeur francese, o cultura strategica? È facile attribuire la nettezza delle decisioni e delle dichiarazioni di Emmanuel Macron nei confronti di Donald Trump – che ne resta non a caso irritato – alla vecchia formula, un po’ ironica, che evoca un certo narcisismo nazionalista francese. Come tutti i Paesi occidentali, la Francia ha visto ridimensionare il proprio peso nel mondo, soprattutto grazie alla forte crescita di alcuni Paesi emergenti, e alcune affermazioni possono apparire velleitarie.
Il patrimonio della cultura strategica
Forse però c’è un motivo più profondo, e di più lunga durata. Durante il mandato di Macron – con tutte le sue difficoltà interne – si è in larga misura interrotta una parabola discendente che, dopo François Mitterrand («Io sono l’ultimo dei grandi presidenti, dopo di me ci saranno soltanto finanziarie e contabili», disse con orgoglio), ha attraversato le presidenze di Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy e François Hollande, nessuno dei quali – a parte forse il primo – è riuscito a esprimere una politica estera degna di un Paese dalla solida cultura strategica: nel senso politico e militare, ma anche in quello accademico.
La Francia è orgogliosa e difende con energia la propria indipendenza alimentare, energetica, militare, come una vecchia grande potenza; ed è riuscita a conciliarla con la lunga fase di globalizzazione e di apertura dei mercati.
















