Sembrava che le avesse costruito una tomba. Una sorta di giaciglio di sabbia e di ghiaia preparato ad hoc per metterci il corpo di Federica Torzullo. Non allo scopo di darle una sepoltura dignitosa, quando per impedire che le esalazioni di un cadavere potessero insospettire i dipendenti della ditta di Claudio Carlomagno, da ieri finito in carcere con l’accusa di omicidio aggravato e occultamento di cadavere. Dal mattino presto una piccola ruspa era intenta a scavare nel terreno, vicino ai rovi, a due passi dal parco macchine dell’azienda Carlomagno srl, ad Anguillara Sabazia, nella provincia a nord di Roma.

È stata smossa tanta terra fin quando, a circa due metri e mezzo di profondità, è emerso un braccio umano e si è bloccata improvvisamente l’azione meccanica. Sono le 10,30 di domenica quando davanti agli occhi dei carabinieri e dell’operatore incaricato dalla Procura di Civitavecchia di effettuare lo scavo si presenta uno scenario orribile, di quelli che lasciano un segno indelebile nella memoria: il cadavere di una donna in stato di decomposizione con il volto irriconoscibile, divorato dalla terra.

In fondo a quella buca, che coincide più o meno con le misure degli scavi nel terreno che si fanno al cimitero, la putrefazione di un corpo inizia rapidamente entro 48 ore dalla morte. Figuriamoci dopo 9 giorni. Non ci vuole tanto tempo per permettere agli addetti ai lavori di notare un dettaglio non certo trascurabile: una giaciglio di sabbia e di ghiaia. Una tecnica, quella di predisporre un tappeto di materiale drenante, che conosce specialmente chi lavora nel campo edile: il pietrisco serve a drenare con più facilità i liquidi e disperderne gradualmente la concentrazione. Tradotto: con questa “tomba” naturale così pensata, gas e cattivi odori rilasciati da un corpo in decomposizione non traspirano dalla terra.