Le manifestazioni, la repressione, le esecuzioni. Il futuro dell'Iran è in bilico dopo le proteste cominciate il 28 dicembre 2025. Avviate per questioni economiche, hanno rapidamente inglobato il dissenso politico e già lasciato una cicatrice indelebile nella storia millenaria del paese. Quale scenario si prospetti per i 92 milioni di abitanti - se il capitolo della rivoluzione khomeinista dovesse chiudersi dopo mezzo secolo - è ancora difficile da immaginare.Del resto, è complicato persino sapere quale sia la situazione oggi: “Dalla Repubblica islamica non filtrano informazioni, perché Internet è stata bloccata”, sottolinea Luigi Toninelli, ricercatore dell’Ispi, centro studi milanese specializzato in politica internazionale. E questo nonostante il presidente statunitense Donald Trump abbia affermato che la carneficina nelle piazze iraniane sia cessata. “Ma non possiamo esserne certi”.Gli arresti sarebbero 50mila, mentre il conteggio dei morti oscilla tra le “centinaia” (secondo il regime) e le migliaia secondo la stampa d'opposizione. Le ong impegnate sul fronte dei diritti umani e movimenti di resistenza raccontano una storia che lascia poco spazio all'interpretazione: “Se fosse confermato [il bilancio di 12mila morti riportato da Iran International, ndr], si tratterebbe di una delle repressioni più gravi dai tempi delle invasioni ottomane contro la Persia”, riprende Toninelli.Per non parlare di quello che potrebbe accadere nei prossimi mesi, a riflettori spenti, se le proteste non riuscissero a imprimere una svolta. La ong Amnesty International, attiva nella protezione dei diritti umani, sostiene di essere entrata in possesso di video che mostrerebbero spari deliberati ad altezza d’uomo, in faccia e persino negli occhi dei manifestanti. Immagini drammatiche, che non è possibile condividere qui, ma che danno il tono di quello che potrebbe essere il crepuscolo di una stagione cominciata nel 1979, e che, da allora, si è trascinata tra guerre, terrorismo, fatwa e libertà evaporate.Mezzo secolo di teocraziaE pensare che si trattava di una rivoluzione sbocciata per opporsi a una dittatura – quella dello Scià (sovrano di Persia) – da cui il popolo, esausto, voleva liberarsi.Sentinella americana nel golfo Persico dopo l’abbandono della regione da parte dei britannici, Mohammad Reza Pahlavi, più che per le abilità di governo era noto per le copertine glamour – soprattutto in Italia – e la creazione della famigerata polizia politica, la Savak, responsabile di torture ed esecuzioni. Un classico della repressione di Teheran.La rivoluzione lo costrinse all'esilio. Malato di cancro, terminò i suoi giorni negli Stati Uniti d'America. La poltrona di comando in patria fu presa dall'ayatollah Ruhollah Khomeini, rientrato dall'esilio in Francia. Ma quello fu l’inizio di una nuova discesa agli inferi.Scriveva il giornalista e scrittore polacco Ryszard Kapuściński, ricordando quei giorni: “In Iran la rivoluzione contro lo Scià cominciò come movimento democratico, un movimento liberale diretto contro la dittatura poliziesca. Ma l'Iran era uno stato plurinazionale, governato dai persiani che esercitavano il potere sulle numerose minoranze di arabi, azeri, beluci, curdi e così via. Queste popolazioni oppresse, sentendo che a Teheran si parlava di democrazia, tradussero all'istante quel motto in un motto indipendentista, incitante a staccarsi e a creare propri stati indipendenti. Di colpo l'Iran si vide davanti lo spettro della disgregazione, della perdita di varie province importanti, del declassamento a stato monco. A quel punto, ecco farsi avanti il nazionalismo panpersiano: i pieni poteri passano al suo guardiano, il clero sciita con l'ayatollah Khomeini in testa. La parola democrazia sparisce dagli striscioni e la rivoluzione finisce in una serie di sanguinose spedizioni anti-azere, anti-curde e via dicendo, vinta dal potere autoritario. L'Iran mantiene immutate le sue frontiere”. Quelle, cioè, di un paese praticamente impossibile da invadere per via della sua geografia ostica, e quasi altrettanto difficile da governare.Ogni rivoluzione si paga col sangueOgni rivoluzione porta con sé un prezzo di sangue. L’Iran lo versò nel 1979, e continua a farlo ancora oggi. Chi ne pagherà il conto? “I movimenti della resistenza interna stanno raccogliendo dati e prove delle atrocità di questi giorni, come hanno sempre fatto. Del resto, è grazie a loro che il mondo è venuto a conoscenza del programma nucleare del regime e delle sue violenze”. La voce è concitata, nervosa, partecipe. Ghazal Afshar è nata in Iran, ma vive in Italia da quando era molto piccola. I suoi genitori, oppositori della teocrazia islamica, si rifugiarono all’estero negli anni Ottanta. Afshar, da allora, in Persia non è mai tornata, ma ha imparato perfettamente il farsi, parlato in casa, laureandosi poi come traduttrice.Il cellulare squilla più volte mentre ci confrontiamo davanti allo schermo di un computer. Risponde al telefonino nell'idioma mediorientale. Continua a ticchettare sui tasti.Come i familiari, Afshar è attivista dei Mujaheddin del popolo iraniano, organizzazione affiliata alla composita resistenza locale, e una lunga tradizione di lotta alle spalle che data dagli anni Settanta. Prima contro lo Scià, poi contro il clero sciita. Per oltre un decennio ha ingrossato le liste delle organizzazioni terroristiche in Regno Unito, Unione europea e Stati Uniti per via della scelta della lotta armata e degli attentati contro il governo: un favore degli esecutivi occidentali per rabbonire il regime islamico, secondo loro. A inizio millennio, la decisione di deporre le armi: oggi il movimento è stato riabilitato dalla comunità internazionale.Afshar è preoccupata per un possibile ritorno dell'erede dello Scià, il figlio di Pahlavi, un sessantenne che ha trascorso buona parte della vita negli Stati Uniti, e da lì interviene spesso nel dibattito pubblico sul futuro dell'Iran. Anche con video virali che – afferma l'attivista – sono visualizzati da bot invece che dalle milioni di persone dichiarate dall'aspirante statista. “In questa fase è importante proteggere la popolazione”, riflette. "E non farsi usurpare la rivoluzione”. Pahlavi sarebbe, secondo i mujaheddin, colluso con la teocrazia. Lo dimostrerebbero proprio le tracce digitali.Ma è davvero possibile il ritorno alla monarchia? “Reza Pahlavi è stato sicuramente in grado di vendersi molto bene, soprattutto all’estero, come principale figura alternativa al regime”, ribatte l'analista dell'Ispi Toninelli. “Bravo anche a intestarsi le manifestazioni dell’8 e 9 gennaio, con la protesta repressa nel sangue. Tuttavia, non gode di consenso interno: molti ricordano la polizia segreta del padre, le riforme economiche scellerate, la modernizzazione forzata e forse non condivisa dal popolo iraniano, oltre a un pressoché totale asservimento all’agenda politica statunitense. Sicuramente non è apprezzato da chi ha vissuto quell’epoca”.“C’è un altro aspetto da non sotttovalutare”, prosegue l’analista: “L’attuale Scià, che è amico del primo ministro israeliano Benjamin Nethanyahu, è circondato da un gruppo di radicali monarchici poco inclini al dialogo e non ha mai guidato altro che la propria famiglia”. Alla domanda se sia davvero colluso con la teocrazia come sostengono i mujaheddin risponde: “Non penso”.Dopo il khomeinismo, ci saranno elezioni?Nel corso di un’intervista allo scrittore Nicola Lagioia uscita sul settimanale Internazionale nel 2016, il premio Nobel Shirin Ebadi si avventurava in una previsione, cruenta, sul futuro dell'Iran. “Le cose cambieranno, ma non attraverso le elezioni", vaticinò l'avvocato pacifista, con una lunga storia in difesa dei dissidenti. “Pensi a Mohammad Khatami, che è stato presidente fino al 2005, prima dell'arrivo di Mahmud Ahmadinejad. Khatami era riformista, e anche il parlamento in quel periodo era a maggioranza riformista, eppure tutto questo non ha portato a nessun vero cambiamento. Il motivo è la costituzione dell'Iran, per la quale tutti i poteri davvero importanti sono in mano alla guida suprema, che è stato Khomeini fino al 1989, e da allora è Ali Khamenei. Il presidente della Repubblica e il parlamento hanno pochissimi poteri, in confronto”.Toninelli crede quel momento sia arrivato. “Quello che possiamo dire è che la Repubblica Islamica, dopo questa repressione, è arrivata al crepuscolo”, afferma. “Che accada nei prossimi giorni o nei prossimi anni, ormai cambia poco”.Il giorno dopo la caduta, secondo l’analista, e “a meno di un cambio di regime forzato dall’esterno, lo scenario più probabile è che, quando Ali Khamenei smetterà di essere Guida suprema, si assista a una trasformazione della Repubblica Islamica: forse nel senso di una ‘terza Repubblica Islamica’, con rapporti di forza differenti da quelli odierni. Esiste anche la possibilità che arrivi al potere una figura autoritaria sul modello della Russia di Vladimir Putin; ma, a mio avviso, è più probabile che siano militari e Guardiani della Rivoluzione a egemonizzare la vita del paese e mettendo un fantoccio alla guida, come accaduto in Pakistan”.E la laicità, la democrazia? “Tendenzialmente la popolazione iraniana ha sempre protestato per avere libertà di scelta, quella che non garantiva lo Scià: rigetta le imposizioni. Ma è difficile pensare che si sviluppi una democrazia sul modello di quella occidentale: il paese è complesso, e, storicamente, non conosce questa forma di governo. Quanto alla laicità, potrebbe esserci una virata forte verso di essa. Ma esiste la possibilità che si tratti solo di un fenomeno cosmetico. Insomma, di apparenza”.L’altro scenario possibile è quello turco: un uomo forte al comando, di estrazione islamica, ma dalle posizioni laiche e all'apparenza tollerante. “In questo caso, però, servirebbe l’integrazione dei pasdaran nelle forze armate [oggi i due corpi sono separati, ndr], oltre a una riforma delle istituzioni e all'elezione di personaggi popolari”.Ci sono altri aspetti da considerare per completare il quadro. Innanzitutto, le differenze culturali che derivano dalla geografia: il sentimento nelle aree rurali e montagnose è molto diverso da quello della capitale Teheran, cos' come il grado di apertura all'Occidente e alla modernità, anche intesa in senso islamico. Va aggiunto, inoltre, che, nel corso di quasi mezzo secolo al potere, i khomeinisti sono stati in grado di cooptare alcuni segmenti della società, poco inclini al cambiamento, e su di essi insisterà un'inerzia.Quello che è certo è che l’Iran dopo l'attacco del 7 ottobre 2023 è un paese sempre più isolato nella regione. Hamas in Palestina, la Siria di Assad, gli Houthi in Yemen e Hezbollah in Libano sono stati tutti colpiti duramente. E il resto delle alleanze si basa su questioni di comodo. Come quella con la Cina (che ne acquista il petrolio), e con la Russia (a cui fornisce armi e partnership strategiche e infrastrutturali, e con cui cerca un corridoio alternativo a Suez). “Ma Mosca è da sempre un rivale geopolitico”, ricorda Toninelli. “E anche Pechino non cerca un’alleanza strategica, ma commerciale. Lo dimostra il fatto che, ogni volta che Teheran ha pestato i piedi agli Stati Uniti, si è sganciata”. La notte, per la popolazione dell'Iran, pare ancora lunga.Da oltre due settimane l’Iran è attraversato da proteste diffuse represse con una violenza senza precedenti, mentre il regime ha imposto un blackout totale di internet