La protesta di piazza in Iran nasce assieme alla rivoluzione del 1979, e la dissidenza è coetanea dei suoi pasdaran.
Da Khomeini a Khamenei, i sei decenni su cui s'è dipanata la storia della Repubblica Islamica sono scanditi da movimenti di opposizione, repressi nel sangue e ridotti al silenzio. Almeno fino alla fiammata successiva.
- 7 marzo 1979. Alla vigilia della festa della donna, il regime teocratico appena insediato impone l'obbligo del velo a tutte le donne. Il giorno dopo saranno 100 mila le iraniane a scendere in piazza, e sarà una settimana di scontri. Nel biennio 1981-1982 per consolidare il regime gli ayatollah si dedicano alla repressione degli oppositori interni, precipitando il Paese nel terrore. Rapimenti, torture ed esecuzioni sommarie, anche di attivisti minorenni o poco più che bambini: un bilancio di circa 3.500 vittime, e nel 2024 per i cosiddetti 'massacri di Teheran' l'Onu parlò apertamente di genocidio.
- 1988. Khomeini si dedica ai prigionieri politici, molti dei quali appartenenti ai Mujahedin del Popolo: le stime oscillano molto, tra i 5.000 e i 30 mila detenuti uccisi. Sicuramente è un massacro: gli attivisti, spesso giovanissimi, sono talmente tanti che vengono impiccati sei alla volta, usando carrelli elevatori e gru da cantiere. Nel 1999 è la volta degli studenti contro la censura. Una notte la polizia irrompe in un dormitorio, dandogli fuoco, e diversi giovani vengono gettati dai piani più alti.















