VENEZIA - La morte della madre gli ha dato il colpo finale. E oggi Felice Maniero non è più Felice Maniero. È irriconoscibile, l'ombra del più grande bandito di tutti i tempi del Nord Italia. È ricoverato in condizioni critiche in una casa di riposo e le sue capacità cognitive giorno dopo giorno si stanno riducendo praticamente a zero. Fino a qualche mese fa era ancora lucido e ricordava tutto, anche se iniziava ad essere evidente, di settimana in settimana, la perdita di capacità cognitive che ormai si è trasformata in demenza senile. Un percorso clinico che ha avuto una accelerazione improvvisa negli ultimi tempi, con la morte di Lucia Carrain, che pure ha lasciato questa valle di lacrime il 16 novembre scorso alla verde età di 95 anni.

La perdita della madre, che in un primo momento pareva metabolizzata, «me l'aspettavo, era da tanto che stava male e lei stessa diceva che non ce la faceva più», ha fatto perdere definitivamente a Felice Maniero il contatto con la realtà. Il percorso clinico del boss della mafia del Brenta era iniziato oltre un anno e mezzo fa con il primo ricovero in una struttura psichiatrica, dalla quale era uscito con la diagnosi di “depressione maggiore ricorrente con perdita di capacità cognitiva e tratti di bipolarismo”. Per mesi Faccia d'angelo si era trascinato tra alti e bassi, ma mentre la malattia lo divorava da dentro, aveva deciso di raccontare a chi scrive, quasi se lo sentisse che era l'ultima occasione, la storia vera del capo della banda più numerosa e più ricca, più feroce e più organizzata che sia mai esistita nel Nord Italia. Perché Felice Maniero è stato l'unico bandito «non meridionale» in grado di trattare negli anni '80 e '90 alla pari con mafia, camorra e 'ndrangheta. E prima di avere la mente offuscata dalla malattia e prima di iniziare a perdere la memoria, ha voluto raccontare tanti episodi e tanti aneddoti di una vita vissuta oltre qualsiasi confine, in primis quello della legalità. Ha parlato di tante cose di cui nulla di sapeva, prima d'ora, e per esempio di un omicidio del quale aveva sempre detto di non sapere nulla, «non potevo, fino ad oggi». Ha anche ammesso di aver accusato di complicità in un triplice assassinio un componente della banda «che forse non c'era quella volta». E poi ha raccontato della famiglia, del suo sport preferito e delle notti passate a guardare le partite di Sinner, della mamma e delle sue donne e si è disperato davanti alla tomba di Elena, la sua primogenita, morta suicida. Poi, quasi sentisse che la sua leggenda nera, il suo mito criminale, ma soprattutto la sua vita, gli stava sfuggendo di mano, ha chiesto di incontrare e salutare – per quella che, nessuno poteva saperlo, ma di fatto è diventata l'ultima volta – un paio dei vecchi compagni d'avventura – i pochissimi che non aveva mandato in galera.