Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 17:06

Primi anni ’90. New Jersey. Un lungo di 2.06 gioca in ogni parte del campo. Va sotto canestro e usa il perno. Esce sulla linea da tre. Mette palla a terra. Serve i tagli dalla posizione di guardia. Si chiama Derrick Coleman, è stato uno dei precursori del ruolo di ala grande moderna. Talento spaziale. Prime stagioni trionfali (a livello individuale) con i New Jersey Nets. Addirittura, All Star Game nel 1994. Poi problemi fisici e il declino inaspettato. Un declino precoce. Gran peccato.

Il talento non basta. Ci vuole fortuna (leggi: essere liberi da infortuni). Bisogna trovarsi nella squadra giusta. Bisogna continuare a credere di poter migliorare anno dopo anno. Non è facile. Ecco perché LeBron è un “semidio”. Paolo Banchero, dopo le prime incoraggianti stagioni, deve evitare di intraprendere un percorso simile a quello dell’ex stella dei Nets. Il suo quarto anno sta effettivamente facendo sorgere non pochi dubbi sul valore effettivo del giocatore.

In campo, Banchero sembra estraniato dal gioco. Ci sono dei tratti della gara in cui agisce quasi da comprimario. Appare svogliato, non concentrato, quasi rassegnato in certe gare. Un linguaggio del corpo non da stella. D’altronde, le cifre sono lì, inequivocabili. L’efficienza al tiro è ai minimi da quando è nella NBA, nonostante i 20 punti di media. Da fuori, per dirne una, è regredito in maniera imbarazzante (25%).