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20 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 13:29
L’All Star Game non potrà mai più avere lo stesso fascino che aveva fino a più o meno i primi anni del 2000. Bisogna mettersi il cuore in pace, smettere di fare i nostalgici. E non solo perché ci sono state tante, troppe, edizioni imbarazzanti in quanto a spettacolo e voglia di competere che ne hanno minato la reputazione. Sì, c’entra, ma non è il solo elemento. È cambiato lo scenario, è cambiato l’universo. Negli anni ’90, per dire, era l’unica vetrina vera che avevano certi giocatori per farsi vedere al mondo, per varcare i confini degli USA. Ma era anche una delle rare occasioni che avevano gli appassionati per ammirare cose “mai viste”. Era l’unica finestra su “Marte” durante l’anno. Oggi, è evidente, viviamo immersi in un’abbondanza di contenuti senza precedenti. Abbiamo visto già praticamente di tutto. Dee Brown nel 1991 vinse la gara delle schiacciate gonfiando le sue Reebok Pump, inchiodando semplicemente a una mano e coprendosi gli occhi con il braccio sinistro.
Nulla di che, ma cose simili si vedevano col contagocce in TV. Un quattordicenne, oggi, con tutte le piattaforme di cui dispone ha qualsiasi azione di qualsiasi campionato del mondo, così come schiacciatori professionisti che fanno cose inimmaginabili perfino per la NBA (uno su tutti Jordan Kilganon…). Tuttavia, l’edizione 2026 dell’All Star Game non è stata niente male. Le partite sono state gestite in modo decente, godibile, a tratti anche spettacolare. Wembanyama ha dato il là in stile “ragazzi, io quando gioco a basket non faccio finta, ci gioco per davvero”. Si chiama amore per il gioco. O Love for the Game, come dicono gli americani. Il suo gesto ha ispirato gli altri. Così abbiamo visto un Anthony Edwards (MVP) spingere sul primo passo con grande convinzione, Karl–Anthony Towns rimanere molto concentrato al tiro, Sengun aiutare per davvero sotto canestro e non fare la figura del “passaggio a livello”. Risultato? La formula può funzionare.








