Idati parlano chiaro: a fronte di governi che mettono in atto politiche migratorie più restrittive, aumentano i provvedimenti giurisdizionali che vanno in direzione ostinata e contraria. Non è una coincidenza. Se da un lato il governo trattiene nei Cpr soggetti pericolosi, dall’altro alcuni giudici, rispondendo evidentemente a pulsioni ideologiche, decidono di vanificare questi sforzi, rimettendo in libertà immigrati in attesa di espulsione. È accaduto all’inizio dell’esperienza del trattato Italia-Albania, durante la quale tutti i soggetti che erano stati lì trasferiti per l’esecuzione dei provvedimenti accelerati di espulsione, sono stati rispediti in Italia grazie a delle ordinanze, prodotte in ciclostile, che non esaminavano la situazione del singolo migrante, ma con le quali ci si voleva arrogare il diritto di decidere quali fossero i cosiddetti «Paesi Sicuri». E non è un caso che il magistrato che fu l’artefice di quelle ordinanze sia leader della corrente «Magistratura democratica». La cronaca, purtroppo, ci restituisce una moltitudine di casi simili.