La notizia della liberazione è arrivata in Italia nel cuore della notte. Alle 4:30 del mattino, il telefono di sua figlia Gianna ha squillato: “È la fine di un incubo”, ha raccontato la donna. “Mi sono emozionata e ho pianto. Dalla voce mi è sembrato stesse bene, ma vederlo in foto mi ha fatto impressione: è stato rasato a zero”

Mario Burlò fotografato nella residenza dell'ambasciatore a Caracas

«Non so cosa sia Alcatraz con precisione, ma le assicuro che qui siamo andati oltre». Sono le prime parole di Mario Burlò, l'imprenditore e immobiliarista torinese, affidate al suo legale, l’avvocato Maurizio Basile, subito dopo la scarcerazione in Venezuela. Un racconto che descrive un abisso durato 14 mesi, fatto di privazioni, accuse pesantissime e condizioni di vita al limite della sopravvivenza.

Burlò, noto a Torino per il suo passato nel mondo delle sponsorizzazioni sportive e del business, è apparso provato ma sollevato. «Mi hanno costretto a dormire sul pavimento per tutto il tempo. Ho perso 30 chili», ha spiegato. Per non impazzire e mantenere il fisico reattivo, l'imprenditore ha raccontato di aver cercato di fare ginnastica ogni giorno nella sua cella. L'accusa che lo ha tenuto bloccato oltreoceano è di quelle che non lasciano scampo: terrorismo. «Pensi che assurdità», ha commentato lui, liquidando come infondate le contestazioni delle autorità venezuelane che lo hanno trattenuto per oltre un anno senza mai chiarire i contorni della vicenda.