Gli italiani voteranno per il rinnovo del parlamento intorno al maggio del 2027, dunque tra sedici mesi. Le regole della politica e del buon senso dicono che questo è il momento in cui tutti i racconti che le sigle d’opposizione hanno fatto dal 2022 devono iniziare a convergere in una trama unica. I motivi non dovrebbero sfuggire alla «testardamente unitaria» Elly Schlein: lei, Giuseppe Conte, Matteo Renzi e gli altri possono avere possibilità di vincere solo presentandosi uniti, e per presentarsi uniti in modo credibile devono fare un discorso comune. Sta accadendo il contrario, invece: anziché riannodarsi, quei fili si diramano in nuovi percorsi divergenti. E il grande ritorno della politica estera, che a sinistra è sempre il terreno più insanguinato dalle faide interne, c’entra fino a un certo punto.

I tre temi politici che dominano oggi sono destinati ad accompagnarci sino alle elezioni. Uno è il riassetto dell’ordine globale imposto da Donald Trump, nei modi forti e tremendamente efficaci che si sono visti. Il venezuelano Nicolás Maduro è il primo dittatore amico della Cina e della Russia rimosso dall’interventismo versione Maga del presidente americano, e tutto fa credere che non sarà l’ultimo. Trump ha definito il presidente colombiano Gustavo Petro «un uomo malato che ama produrre cocaina e venderla agli Stati Uniti» e gli ha consigliato di «guardarsi le spalle». Ha detto che la Cuba del castrista Miguel Díaz-Canel «è pronta a cadere» e ha avvertito gli ayatollah iraniani che, se ricominciano a uccidere i manifestanti, «saranno colpiti duramente dagli Stati Uniti».