Sono passati più di due mesi dal giorno in cui il Parlamento ha approvato la riforma della giustizia, ma ancora non si conosce la data nella quale gli italiani saranno chiamati a confermare o meno nell’urna la sua validità, passaggio reso obbligatorio dal fatto che in Aula non si è raggiunta la maggioranza dei due terzi. Vi risparmio il perché e il percome di questo stallo: parliamo infatti di tecnicismi degni di Azzeccagarbugli, avvocato manzoniano delle cause perse più attento al proprio interesse che a quello del cliente, cioè - nel caso in questione - a quello dei magistrati rispetto a quello dei cittadini. La maggioranza vorrebbe indire il referendum il più presto possibile, magistrati e opposizione mai o, in subordine, il più tardi possibile. In mezzo ci sono il presidente Sergio Mattarella, al quale spetta l’ultima parola, e le tavole della legge che, come noto, in Italia non sono incise nella pietra bensì scritte con inchiostro simpatico, quello che scompare e riappare a seconda di chi legge.
A Pisa passano due mesi e, davanti a un’indagine per violenza sessuale aggravata su una quattordicenne, la risposta è un obbligo di dimora. Solo un confine geografico da non superare. A Bologna, invece, passa più di un anno e, per una rapina in abitazione con un diciassettenne immobilizzato con delle fascette da elettricista, viene individuato e arrestato uno dei tre aggressori. Gli altri restano un’ombra.









