Il 2026 inizia con quello che gli analisti definiscono un "richiamo alla realtà": il commercio via mare non è solo una questione di numeri della flotta, ma di politica ed enforcement
Un terminal container
L’anno dello shipping si apre con una brusca virata impressa dalla politica internazionale, confermando che il commercio marittimo globale è oggi, più che mai, ostaggio delle tensioni geopolitiche e dell’efficacia dei blocchi sanzionatori. Il rapporto settimanale di Xclusiv Shipbrokers, pubblicato il 5 gennaio 2026, delinea uno scenario in cui i fondamentali di domanda e offerta devono cedere il passo alla capacità reale delle navi di operare in acque rese agitate dai nuovi assetti di potere a Washington e dai conflitti in Sud America.
Il 2026 inizia con quello che gli analisti definiscono un “richiamo alla realtà”: il commercio via mare non è solo una questione di numeri della flotta, ma di politica ed enforcement. L’esempio più critico è il Venezuela, dove la produzione di greggio a dicembre è scesa a circa 963.000 barili al giorno, con un calo di 158.000 barili rispetto al mese precedente. Ancora più marcata la contrazione delle esportazioni, scivolate a 17,6 milioni di barili contro i 27,2 milioni di novembre. Il motivo di questo stallo risiede nel pugno di ferro dell’amministrazione Trump, che ha ordinato un “blocco totale e completo” delle petroliere sanzionate in entrata e in uscita dalle acque venezuelane. Le autorità statunitensi, prima dell’arresto di Maduro, avevano già proceduto al sequestro di due navi, riducendo drasticamente il numero di unità disponibili per questi traffici e rallentando l’esecuzione dei carichi. Per il settore dello shipping, l’impatto non riguarda tanto la “mancanza di barili” a livello globale, quanto la creazione di nuove frizioni e la necessità di rotte alternative.






