Sette aziende su 10 continuano ad attendersi una crescita delle esportazioni nel 2026, nonostante la guerra commerciale avviata dagli Stati Uniti nel 2025 e il conflitto in Medio Oriente abbiano ridisegnato rotte, priorità e condizioni finanziarie per migliaia di imprese nel mondo. È quanto emerge dalla Global Survey 2026 di Allianz Trade, che ha raccolto le risposte di 6.000 aziende in 13 mercati tra febbraio e marzo, in 2 fasi distinte, prima e dopo l’escalation militare nella regione. Il quadro è quello di un sistema commerciale che regge, ma sotto una pressione che non accenna a diminuire.

L’INTERVISTA

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L’impatto della guerra in Iran

Prima dell’inizio del conflitto in Medio Oriente, l’80% delle imprese si attendeva una crescita del fatturato generato dalle esportazioni di almeno il 2%. Dopo l’escalation, quella quota è scesa di 5 punti percentuali. Il calo è contenuto se confrontato con il crollo di 40 punti percentuali che seguì il “Liberation Day” del 2025, quando le tariffe americane raggiunsero un picco del 23%. L’impatto non è però distribuito in modo uniforme: le imprese vietnamite, statunitensi e spagnole hanno perso oltre 10 punti percentuali di fiducia, mentre quelle cinesi - già indebolite dalla guerra commerciale - ne hanno persi 9, scendendo al 51%. In Cina, l’8% delle imprese prevede addirittura un fatturato export negativo, dato analogo a quello brasiliano (9%) e inferiore solo al Vietnam (13%).