Si raffreddano le reazioni al blitz di Caracas ma Donald Trump incendia il «caso» Groenlandia. Katie Miller - moglie di Stephen Miller, tra i più stretti collaboratori del presidente - due giorni fa su X aveva postato una foto dell’isola coperta dalla bandiera a stelle strisce con scritto: «Presto». L’ambasciatore danese (la Groenlandia, pur godendo di un suo governo, è territorio danese) a Washington ha replicato: «Con gli Usa siamo stretti alleati, ci aspettiamo il rispetto dell’integrità del regno di Danimarca; collaboriamo per la sicurezza comune nell’Artico».
Restiamo ancora in attesa che i maggiori leader europei, magari con il francese Emmanuel Macron e il britannico Keir Starmer in testa, formino una coalizione di volenterosi per correre in soccorso del Venezuela assaltato dagli Stati Uniti di Donald Trump. Dopo tutto ci siamo sentiti ripetere per anni, riguardo all’Ucraina, che esistevano un aggredito e un aggressore, e che da tale verità non si poteva prescindere. Eppure per il Sudamerica il discorso, chissà come mai, sembra differente. La mobilitazione degli eroici difensori della libertà stenta a decollare, gli slogan rabbiosi sono più sommessi. A quanto pare, la constatazione che il diritto internazionale non esiste e che in politica estera conta - da sempre - la legge del più forte, ha lasciato atterrita la gran parte dei progressisti occidentali.











