Aspettare e vedere: come si evolverà la situazione in Venezuela, ferma restando la legittimità di un intervento difensivo americano dalla "minaccia ibrida" del narcotraffico, e quali siano le "vere intenzioni" di Donald Trump sulla Groenlandia, partendo dal presupposto che c'è il pieno sostegno alla sovranità danese sul territorio.

Giorgia Meloni rientra a Palazzo Chigi dopo qualche giorno di pausa e riunisce i suoi collaboratori per fare il punto sui principali dossier. Non solo la tragedia svizzera - per la quale attraverso Alfredo Mantovano ha invitato ministri, alte cariche e opposizioni a una messa venerdì pomeriggio a Roma - ma anche l'Ucraina, che sarà oggetto di un nuovo vertice a Parigi per cercare di fare passi avanti almeno sul fronte delle garanzie di sicurezza.

Nel frattempo quasi nessuno parla, né della crisi venezuelana né della questione della Groenlandia, che aveva occupato le cronache anche a gennaio 2025. "Mi sento di escludere che gli Stati Uniti tenteranno l'annessione" aveva risposto la premier alla conferenza stampa di inizio anno, osservando allora che si trattava più di "messaggi ad alcuni player globali" come Cina e Russia. La stessa risposta che probabilmente darebbe anche ora, e che sarà forse chiamata a dare nell'appuntamento con la stampa del 9 gennaio. La situazione è analoga, è il ragionamento che si fa tra i suoi, ed escludendo che le intenzioni americane siano davvero quelle di una annessione, o di un intervento delle forze speciali modello Caracas: la Groenlandia non è il Venezuela, è chiaro che si tratta di un confronto tra alleati - nella Ue e nella Nato. E in questo quadro può essere opportuno aprire una riflessione su una maggiore presenza occidentale nell'Artico, un quadrante "geostrategico trascurato" in questi anni dall'Occidente e dove invece è noto che cinesi e russi siano molto attivi, anche con la presenza di navi militari e sottomarini nucleari.