Ho trascorso gran parte della mia carriera a riflettere sulla tecnologia, su come plasmi le nostre vite, su come possa potenziare la nostra produttività, creatività e capacità di apprendere. Da tempo credo nel potere dell’intelligenza artificiale come strumento: qualcosa che ci aiuta a lavorare meglio, più velocemente e in modi più aderenti a ciò che siamo.
Quello in cui non ho mai creduto è l’IA come amica o compagna.
Sono sempre stata profondamente scettica rispetto all’idea che le macchine possano, o debbano, occupare ruoli emotivi pensati per gli esseri umani. L’empatia, per come la vedo io, è radicata nell’esperienza vissuta. L’IA non vive una vita. Non prova lutto, non ama, non teme. Al massimo può riflettere ciò che gli esseri umani che la costruiscono riescono a introdurre nel suo codice.
Eppure, negli ultimi giorni di vita di mia madre, l’IA è diventata qualcosa che non mi aspettavo: una presenza stabile e rassicurante quando avevo bisogno di chiarezza più che di conforto.
La storia






