La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2025 – nota come COP30 e organizzata dal 10 al 21 novembre a Belém, in Brasile - non ha portato a misure concrete per la riduzione delle emissioni e, a 10 anni dagli accordi di Parigi, l’impegno internazionale per affrontare il cambiamento climatico sembra in diminuzione. In questo momenti di stallo che cosa ci dice la scienza? E che cosa si può fare in concreto? Ne abbiamo parlato con Antonello Pasini, fisico del clima presso il CNR e autore del saggio “La sfida climatica” (Codice Edizioni).

“La COP30, alle porte dell’Amazzonia, aveva suscitato la speranza di raggiungere finalmente l’accordo su una roadmap vincolante per portare a zero le emissioni da combustibili fossili entro il 2050. Purtroppo, le posizioni degli Stati Uniti e di molti ‘petrostati’ hanno impedito un reale accordo multilaterale – risponde Pasini -. L’unico aspetto positivo riguarda la finanza climatica, con l’impegno a destinare, a livello globale, 300 miliardi di dollari l’anno per politiche di mitigazione e di adattamento fino al 2035”.

Il cambiamento climatico è già in corso e sta producendo conseguenze misurabili. In passato i gas serra (anidride carbonica, metano e altri) sono stati assorbiti dall’ambiente senza modifiche sostanziali al clima. Negli ultimi tre secoli, però, con l’industrializzazione, si sono prodotti gas serra in quantità enormemente più vaste. L’aumento della loro concentrazione nell’atmosfera forma una cappa che impedisce al calore assorbito dalla superficie terrestre e dai mari di disperdersi in modo efficace. Ad ogni aumento significativo di concentrazione di gas serra nell’aria, così, corrispondono aumenti di temperatura della superficie terrestre, causati dagli esseri umani e non dalla variabilità naturale del clima.