Da Milano arriva prima un fotogramma. Un corpo che cammina, una postura riconoscibile. "Da come si muoveva abbiamo pensato potesse essere lei". Poi arriva l’altra immagine, quella che non lascia più spazio ai dubbi: la fotografia del corpo. "A quel punto abbiamo avuto la certezza".
Massimo Basile lo racconta quando è ancora nei corridoi della caserma dei carabinieri di Fondi. È lì per accompagnare il cognato, Ferdinando Livoli, a firmare i verbali che nessun padre vorrebbe mai leggere: quelli che certificano la morte di Aurora, 19 anni. Nata a Roma, cresciuta in provincia di Latina, morta a Milano. Il corpo abbandonato nell’androne di un palazzo. Basile è un avvocato, conosce il linguaggio delle forze dell’ordine, le procedure, la freddezza delle carte. Ma non poteva immaginare che la sua famiglia sarebbe entrata in un fascicolo di questo tipo.
I Livoli non hanno precedenti, nessuna ombra. La madre, Erminia Casale, è architetto. Il padre, Fernando Livoli, odontotecnico, è una figura conosciuta a Monte San Biagio, comune di seimila abitanti tra Fondi e Terracina. “Adesso è troppo scosso per parlare”, spiega lo zio. Allora è lui a restituire un ritratto di Aurora. Figlia unica, adottata a sei anni, tredici anni fa. “Aveva avuto qualche difficoltà”, racconta Basile, "per questo era seguita da uno psicologo. Ma non c’era nulla che potesse farci pensare a un epilogo simile". Si vedevano spesso. Parlavano. "Le prestavo libri". Si era diplomata all’Itis Pacinotti, lo stesso istituto frequentato da Paolo Medico, il 14enne bullizzato che si è tolto la vita. Da poco si era iscritta all’università, chimica, a Roma. Una scelta che faceva intravedere un orizzonte sereno.






