Il primo interno che ha disegnato è stata la camera di una Pantera Rosa. Oggi il regista ripercorre gli oggetti della sua vita. Cose che possiede per amore, ma che ha anche imparato a lasciare andare
di Carlo Antonelli
Mi chiamo Tom. Corro a perdifiato, con le mie meravigliose affusolatissime zampe dorate. Il prato è immenso. Le cime dei pioppi si muovono appena. Torno indietro verso casa. Li vedo. Uno è allampanato, con gli occhiali. Poi c’è lui, il mio padrone, il mio amore. Provo a saltargli in grembo. Mi riempie di coccole e carezze. “Che bello che sei”. Stanno parlando. Mi accoccolo lì di fianco. Alzo il mio orecchio morbido, come nei fumetti. Origlio pigramente quello che si dicono questi umani. Sciocchezze, come al solito.
Vorrei sapere se hai mai rubato qualcosa. Dì la verità.
“No, non ho mai rubato nulla perché non ho mai avuto il desiderio di farlo. Mi ricordo che le mie compagne di scuola, quando avevo 16 anni a Palermo – e che venivano tutte dalla borghesia arricchita – avevano invece il godimento di rubare. Abitavo in via Libertà, che è la zona un po’ chic di Palermo, e c’era la Standa sotto da me, e le ragazze venivano a passare il pomeriggio a casa da noi, però andavano prima alla Standa a rubare. Un giorno furono beccate e, in momenti brutali come quelli degli anni Ottanta, furono portate in un camerino da una guardia donna, che le fece spogliare nude per trovare la refurtiva, e con tutto il racconto successivo. Ma giusto una volta. Si trattava sempre di cosmetici. Il bottino lo portavano da me, tutte eccitate”.






