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Nel 2024 il governo ha imposto ai proprietari di case proposte sul mercato degli affitti brevi di esibire accanto ai campanelli il CIN, il “codice identificativo nazionale” pensato per contrastare l’abusivismo. A un anno dall’entrata in vigore dell’obbligo, il ministero del Turismo ha rilasciato poco più di 620mila CIN. Significa che la maggior parte degli alloggi è in regola, ma significa anche che oltre 80mila non lo sono ancora.
L’obiettivo del codice è avere più informazioni su un mercato cresciuto in modo impetuoso negli ultimi 10 anni, senza molte regole. Fino a pochi anni fa ai proprietari delle case messe in affitto su Airbnb o su altre piattaforme online bastava semplicemente aprire un account, accogliere i turisti e incassare i soldi. Per anni è stato facile non rispettare la legge e non pagare le tasse perché Airbnb non comunicava allo Stato i dati e i guadagni dei proprietari.
Solo in seguito a un accordo trovato nel dicembre del 2023, Airbnb si è impegnata a versare le tasse diventando “sostituto di imposta”: vuol dire che Airbnb trattiene dagli incassi quanto dovuto al fisco e lo paga per conto dei clienti che hanno messo a disposizione l’alloggio tramite la piattaforma, i quali infine ricevono la somma al netto dell’imposta.






