«Il fallimento non sta nell’aver tentato una sfida difficile, il fallimento sarebbe stato non provarci. Quanto è avvenuto lo scorso 18 dicembre non è stata una scelta politica dell’amministrazione comunale ma la conseguenza di atti giudiziari e di una violazione di un’ordinanza legata alla sicurezza dell’immobile». Stefano Lo Russo non riesce neppure a pronunciare la parola “sgombero”, tanto la ferita deve fargli ancora male. «Ciò che non riesce viene bollato come velleità mentre ciò che riesce viene celebrato come intuizione geniale», recrimina il sindaco di Torino, quasi credesse davvero che un amministratore vada giudicato in base alle buone intenzioni e non ai risultati concreti. Ma il fallimento del patto Bene Comune e la conseguente chiusura di Askatasuna erano scritte nel dna del centro sociale.

«È la favola della rana e dello scorpione. Lo Russo è un buon diavolo e si è illuso di inquadrarli, ma gli antagonisti di corso Regina Margherita vogliono dare battaglia non regolarizzarsi; e più ne racconti le violenze, più si esaltano. E parte della sinistra li ha pure strumentalizzati, in chiave anti-governativa e alla ricerca di consenso». Giacomo Portas è il leader dei Moderati piemontesi, che però qui stanno a sinistra, però non fa sconti alla sua parte. Il tentativo in corso in questi giorni a Torino è far passare il concetto che il bambino non va gettato con l’acqua sporca, che Askatasuna svolge un’importante ruolo sociale e che un manipolo di delinquentelli rischia di distruggere tutto. Più si scava tuttavia, meno si vede il bambino e più ci si ritrova circondati dall’acqua sporca. Difficile pensare che l’ex procuratore anti-mafia, Giancarlo Caselli, dalle note simpatie progressiste parli a vanvera quando dice che «Askatasuna ha strategie di portata illegale e talvolta eversive e la politica che non ha ben chiaro questo è irresponsabile».