Povero Stefano Lo Russo. Il sindaco di Torino ha provato in ogni modo a difendere il centro sociale Askatasuna. Ieri però si è dovuto arrendersi all'evidenza, dopo che gli attivisti hanno violato il patto sottoscritto con il Comune. «Prendo atto che le condizioni per far uscire Askatasuna dall'illegalità sono venute meno perla violazione dell'ordinanza che stabiliva le modalità per regolarizzare l'occupazione» ha dichiarato l'amministratore dem, dopo aver dovuto constatare che «le forze di polizia hanno agito secondo le modalità previste dalla legge». Di conseguenza, lo sventurato si è di fatto preso del «demente» dai compagni di Rifondazione Comunista, che hanno così bollato la scelta dello sgombero. Beffa, si è anche preso del «fascistoide», con l'estrema sinistra che ha accusato il Pd di «muoversi sulla stessa linea della destra, che vuole trasformare in un problema di ordine pubblico la complessità politica e sociale» di cui il centro si faceva carico. «Il Pd è fatto della stessa pasta di Fdi» ha sentenziato Potere al Popolo, promettendo “lotta continua”, espressione che evoca sinistri e cupi ricordi.
Per la verità, il problema di ordine pubblico c'era fino a ieri, e proprio perché il centro sociale illegale restava aperto. Nei soli ultimi quattro mesi, Askatasuna ha assaltato un commissariato di polizia, due stazioni ferroviarie, la sede della città metropolitana, l'Officina Grandi Riparazioni, il complesso industriale ristrutturato e riadattato per ospitare grandi eventi, nonché la redazione della Stampa. Alla faccia del “dialogo” su cui metteva la mano sul fuco il sindaco. Forse l'assalto al quotidiano è stata la mossa sbagliata, perché ha portato a un clima ostile verso il centro sociale da parte di chi lo ha sempre difeso, il mondo dell'informazione ei circoli culturali torinesi, che ha creato le condizioni per lo sgombero.














