Bisogna essere obiettivi, quindi va riconosciuto subito che il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, nell’intervista concessa ieri alla Stampa, giornale aggredito da alcuni membri del centro sociale di ispirazione comunista Askatasuna, una cosa giusta l’ha detta. Le parole di Francesca Albanese, che nel condannare l’assalto al quotidiano lo ha definito anche «un monito ai giornalisti perché facciano il loro lavoro», sono state definite dall’amministratore del Pd «fuorvianti, irricevibili e pericolose». Il guaio è che la lucidità dell’analisi del giorno dopo finisce qui. Tutto il resto è un maldestro tentativo del sindaco di conciliare la sua politica di collaborazione, per non dire sostegno, con il centro sociale con i comportamenti criminali di cui sono sospettati parecchi ragazzi di Askatasuna. «Bisogna distinguere tra chi manifesta legittimamente e chi invece sceglie la via della violenza» afferma Lo Russo, che poi accusa il centrodestra, che ha posto il tema del sequestro dell’immobile che il centro sociale occupa, di volersela cavare aggirando il problema sicurezza con la «ricerca di nuovi bersagli polemici». E a questo punto viene da chiedersi se il sindaco, che nel ricordare che da trent’anni e sedici governi il nodo dei rapporti delle istituzioni con Askatasuna è irrisolto, si premura di citare solo i quattro ministri dell’Interno dei governi del centrodestra, ci è o ci fa. Il che non significa domandarsi se egli sia o no in buona fede, quanto piuttosto cosa pensi, pure essendo in buona fede.