La decisione di prendere di mira il lavoro dei giornalisti da parte di un gruppo di antagonisti violenti è un cambio di passo che ha un solo merito: consente di capire da che parte stare.
Questi violenti agiscono in modo organizzato e così hanno fatto venerdì nella redazione de La Stampa a Torino, ma senza un fine ultimo, se non quello di un effimero protagonismo. Non sanno riconoscere la differenza tra i fatti e le loro opinioni. Confondono volutamente emozione e ragione. Criticano Trump ma vivono nel pieno della post-verità.
Le minacce, velate o meno, implicite o meno, sono arrivate per anni, a ogni occasione di piazza o scontro a Torino. Questo movimento ha trovato nella causa palestinese una scintilla su cui soffiare, riportando nelle piazze torinesi slogan e simboli del terrorismo di cinquant’anni fa, e frasi volutamente antisemite. Hanno sporcato volendo sporcare i cortei pacifici che chiedevano legittimamente la tregua a Gaza. Hanno scelto sempre di non ricordare che la guerra a Gaza continuava anche perché c’erano decine di ostaggi civili. Hanno svilito la piazza di donne che manifestavano contro la violenza con nuovi vandalismi. Continuano a lanciare pietre come in un giorno della marmotta nel loro appuntamento estivo contro la linea ferroviaria Torino-Lione, ben sapendo, intimamente, di non avere più legittimazione politica né in città né in Val Susa.











